Fino all’orizzonte e oltre: racconto di un viaggio a piedi da Palermo ad Agrigento e annesse riflessioni.

Proverò a raccontarvi del mio viaggio che, sia chiaro, sono sicuro non sarà mai uguale al vostro non fosse altro che voi e non io sceglierete se fare il prossimo passo o fermarvi a prender fiato, bere, riposarvi o rinunciare.

Il mio viaggio a piedi è iniziato il 29 agosto dalla periferia di Palermo verso le 10,30 dopo che mi ero fatto, con treno e mezzi pubblici urbani nonché con mezzo privato, da Racalmuto a Palermo.

La sveglia è suonata quel giorno prima delle 5 del mattino.

Partito come ho detto a piedi dal quartiere Villagrazia di Palermo, sono arrivato nel pomeriggio intorno alle 15,30 a Santa Cristina Gela dove mi sono fermato per un panino.

Dopo un’ora di riposo sono partito alla volta di quella che era la destinazione per il mio primo pernottamento: il Santuario di Maria SS. del Rosario Tagliavia.

Credevo di arrivarci presto ed invece le salite e il peso eccessivo dello zaino mi hanno rallentato a tal punto che alle 20.30, quando è iniziato a fare buio, ero ancora distante circa 3 km dal Santuario.

Fortunatamente l’accoglienza ha innescato un meccanismo tale per cui il pellegrino viene tenuto in alta considerazione – almeno questa la mia esperienza dalla parti del palermitano, leggermente diversa la mia opinione sull’accoglienza in altri posti – tanto è vero che mi hanno chiamato dal santuario e molto gentilmente sono venuti a prendermi.

Cena ultraleggera e poi a dormire.

Ero distrutto ma ugualmente il giorno dopo sono partito alla volta di Corleone, convinto di poter continuare in giornata fino a Prizzi.

Al santuario oltre alle persone eccezionali che gestiscono il posto ho incontrato una coppia proveniente dal bresciano, persone con cui curiosamente mi sono incontrato poi altre volte e con le quali è nata un’amicizia; bella gente che ha reso il mio viaggio molto più bello e, dall’alto della loro esperienza ma con indiscutibile delicatezza e comprensione, mi ha dato consigli essenziali.

Partito dal santuario un tantino tardi (verso le 9,00) non avendo calcolato bene tempi di percorrenza, difficoltà dovuta a salite e discese ripide, sono rimasto senza acqua alcuni km prima di Corleone.

In un modo o nell’altro – e non saprei dirvi bene come – ho affrontato l’ultima ripidissima salita prima di Corleone.

Giunto sul posto ho deciso di fermarmi anche perché la gamba sinistra cominciava a far capricci, eufemisticamente parlando.

Ho chiamato il primo numero dell’accoglienza pellegrini ed è stata una vera fortuna.

Dopo un pranzo veloce sono andato all’abitazione e qui, con mio grande stupore, meraviglia e devo dire gioia, sono stato accolto da una coppia che mi ha fatto letteralmente sentire a casa: stanza con arredamento di vero gusto, possibilità di lavare i panni e stenderli, disponibilità, cortesia e tanta discrezione.

La sorpresa più bella e gradita è stata l’invito a cena.

Ho accettato ed è stato veramente un bene.

A tavola ho incontrato nuovamente i pellegrini bresciani dei quali per rispetto non dirò il nome ma che sono diventati come familiari di un livello diverso da fratelli; qualcosa di originale direi che sono una famiglia di amici.

Ho anche avuto modo di scambiare una interessante discussione coi padroni di casa, una coppia che ha veramente aperto la propria abitazione ai pellegrini viandanti sulla Magna Via Francigena.

Alla fine ho deciso di affidare a loro alcune cose che ho capito, anche grazie ai consigli di cui parlavo, essere inutili per il prosieguo del viaggio; sono andato poi a recuperarli e ringraziare ancora per l’ospitalità.

Il mattino dopo sono partito, sempre intorno alle 9,00, alla volta di Prizzi non prima che il padrone di casa mi avesse gentilmente accompagnato in parrocchia per le credenziali, a fare i panini per il viaggio e alla periferia di Corleone, in quel punto dove si vede interamente la città e prima di lasciarmi mi ha dato preziosi consigli fornendomi anche un bastone per appoggiarmi e fare meglio salite e discese.

Da li il viaggio è stato bellissimo per il paesaggi e dolorosissimo per il problema alla gamba sinistra al quale si è unito un fastidioso dolore al piede destro.

Lungo il percorso ho dovuto chiedere acqua presso una abitazione privata confermando così la disponibilità dei siciliani e il loro grande cuore nell’accogliere.

Giunto alla fine di una ripida collina mi sono trovato di fronte quello che ho chiamato il gigante: monte Cammarata, che da lì in poi è stato come un faro lungo tutto il cammino. Riconoscendo posti familiari mi sono rincuorato e mi sono detto che potevo farcela.

Dopo aver attraversato campagne deserte e fattorie sono giunto nei pressi del lago di Prizzi con una gamba completamente irrigidita.

Nonostante il dolore ho deciso di continuare verso il lago ma superatolo mi sono completamente fermato, ho chiesto un passaggio fino a Prizzi.

Giunto nel centro la coincidenza, alla quale credo sempre meno, ha voluto che incontrassi ancora la coppia bresciana.

Ho comunicato loro che avevo deciso di abbandonare il percorso e che stavano per venire a prendermi per tornare a casa.

Nell’attesa ci siamo messi a chiacchierare e mi hanno dato ancora preziosi consigli su come risanare la gamba con metodi naturali.

Per poter restare in contatto ho dato loro il mio recapito telefonico un tantino scettico sul fatto che mi avrebbero contattato ma per fortuna mi sono sbagliato.

Sono tornato a casa ma la mattina dopo la voglia di ripartire, malgrado il dolore, era tanto.

Prima di riprendere il cammino ho avuto il piacere di rivedere a Racalmuto la coppia di bresciani coi quali siamo ancora in ottimi rapporti.

Ho guarito, grazie ad un metodo naturale, la gamba, ho ripreso pian piano l’esercizio fisico ed il 13 sono partito alla volta di Prizzi, con spostamenti prima in auto fino ad Agrigento, poi in autobus fino all’incrocio con Lercare Friddi e dal centro dove sono arrivato con un passaggio di fortuna in pullman la sera me ne sono andato a Prizzi dove ho pernottato.

Devo dire che qui l’accoglienza è stata un tantino fredda e distaccata, ma forse si è trattato di una mera coincidenza dovuta al fatto che non mi ero organizzato per tempo.

Il mattino dopo di buon ora ero in viaggio alla volta di Castronovo di Sicilia, stavolta con la ferma convinzione di fare le tappe così come suggerite.

Il tragitto, uno dei più lunghi, è stato impegnativo anche perché si deve superare il monte Carcaci ma il passaggio all’interno della riserva è stato bellissimo e, come mi avevano comunicato tramite fb, non così impegnativo come appariva sul sito e nella app.

La salita dipanandosi a zig–zag effettivamente non è stata tanto dura anche perché stavolta mi ero fornito di integratori, cibo e acqua a sufficienza fino al primo punto di ristoro e rifornimento.

Percorrendo aree boschive dove ho trovato anche piccole ed innocue vipere, prima di arrivare a Castronovo l’inclemenza del tempo si è abbattuta su di me con una pioggerellina a tratti insistente che mi ha obbligato ad indosare l’impermeabile.

Questo ha raddoppiato la fatica perché pur piovendo la temperatura era alta – a metà settembre in Sicilia forse non si può parlare di autunno – e sotto l’impermeabile praticamente si raddoppiava.

A pochi km dall’arrivo una signora mi ha offerto un passaggio, ho rifiutato gentilmente anche perché mi ha detto che mancava veramente poco, sconsigliandomi però di scendere nel bosco perché, da operatore forestale che aveva contribuito alla realizzazione del percorso, lì il terreno era molto accidentato e, per le pioggie, pericoloso. Mi disse di continuare lungo la strada asfaltata. Sapevo già dei problemi del bosco prima della fine di questa tappa perché me ne avevano reso edotto gli ospiti a Corleone.

A Castronovo ho avuto qualche piccola difficoltà per trovare alloggio, ho saputo in seguito che sul posto sono in corso scavi archeologici e che gli alloggi sono stati quasi tutti occupati da ricercatori romani e americani.

Castronovo di Sicilia è il comune cuore del percorso della Magna Via Francigena.

Con rammarico devo dire che l’accoglienza non è stata così calorosa come mi aspettavo, anzi qualcuno ha pure criticato, dalle auto che mi sfrecciavano davanti in centro, il fatto che fotografassi il posto.

Visitato il centro e messo il timbro sulle credenziali, la sera mi sono ritirato nell’alloggio.

Con Castronovo di Sicilia Racalmuto condivide una storia che risale ai primi del 1500: si racconta che il principe di Castronovo si trovò a passare da Racalmuto con una statua trovata in Africa, il conte di Racalmuto chiese che la statua rimanesse sul posto ma il principe si oppose; per miracolo (almeno così si crede) i buoi non riuscirono a tirar via il carro con la statua per cui sul posto venne costruito quello che il Santuario di Maria SS. del Monte, oggi compadrona, insieme a santa Rosalia che a Racalmuto si dice sia nata, e regina di Racalmuto.

Quando ho detto ai castronovesi che ho incontrato che sono di Racalmuto mi hanno tutti ricordato che abbiamo “rubato” la loro statua: possibile che dopo mezzo millennio siano ancora risentiti?

Il 16 sono partito alla volta di Cammarata.

Percorso interessante anche perché si scende a valle per attraversare il fiume Platani.

Invero guinto sul posto non l’ho attraversato perché molto scivoloso ed essendo da solo diciamo che ho avuto paura.

Mi sono inerpicato per una scarpata raggiungendo la SS. 189 da dove, sul ponte, ho attraversato il fiume per giungere a quel Casale San Pietro che per anni avevo visto durante i viaggi in pullman per Palermo nel periodo in cui ho frequentato l’Univeristà.

Visti gli scavi, dopo essermi rifornito di acqua ho proseguito lungo l’impegnativa salita che porta a Cammarata.

Sul posto ho ricevuto una bella accoglianza tanto che se pur attraverso contatti telefonici mi hanno prenotato il locale per il pranzo.

Quivi ho pranzato da nababbo, assorando della buonissima ricotta appena fatta in un caseificio del luogo e pagando praticamente nulla.

Riposatomi nel pomeriggio, in serata mi sono fatto nuovamente quasi 400 scalini per andare in centro dove c’era una festa in onore di San Giovanni Bosco.

Festa animata da cavalli bardati con ogni sorta di decorazione e magistralmente cavalcati da cavalieri e amazzoni di ogni età.

Tornato a casa – capisco che il racconto è noioso ma ricordatevi che si tratta di un diario di viaggio e volendo potete anche evitare di leggerlo – dopo cena mi sono messo a letto nell’abitazione messa a mia disposizione.

Il mattino di buon ora sono ripartito alla volta di Sutera per l’ultima tappa di quel mio fine settimana in cammino.

Un’accoglienza ancora più calorosa l’ho trovata nel locale dove ho timbrato le credenziali.

Da li il percorso procede nuovamente fino a valle per poi riprendere, attraversata la SS 189, la salita verso Acquaviva Platani.

Sono arrivato all’ora di pranzo ma sono rimasto digiuno perché di domenica in quel piccolo centro non vi erano posti di ristoro aperti e l’unico ristorante era chiuso.

Rifornitomi di acqua fresca che abbonda nelle numerose fontane, dopo essermi riposato su una panchina, nel pomeriggio, col cielo in cui si addensavano minacicose nubi, ho ripreso il cammino.

È stato questo uno dei tratti più belli dell’intera Magna Via Francigena.

Come sempre il percorso scende prima a valle, poi prosegue lungo “interessanti” salite verso quel monte San Paolino che sovrasta Sutera.

Su una stradina asfaltata ho incontrato una sola auto, il conducente si è fermato per salutarmi; lui era su quella strada che non ha via d’uscita per le auto per fare la sua solita passeggiata in mezzo al verde.

Sceso dal veicolo abbiamo fatto un tratto insieme ed è stato interesante perché mi ha spiegato molte cose sul posto.

Ci siamo salutati all’inizio di quella che per me sarebbe stata l’ultima impegnativa salita della giornata.

L’ultimo tratto prima del paesino si trova sul dorso di una collina dalla quale si possono ammirare su entrambi i lati panorami mozzafiato.

La pioggerellina ha reso quel tratto un tantino difficoltoso ma anche se stremato sono arrivato a Sutera.

Accolto fraternamente ho avuto finalmene modo di ristorarmi mangiando in una pizzeria a conduzione familiare dove ho potuto anche, dopo ore (escluso il signore che con me ha fatto un tratto di strada) senza incontrare nessuno, scambiarae quattro chiacchiere.

Sono venuti a prendermi per riportarmi alla mia auto e con questa tornare a casa.

Stanco anche se meno distrutto della volta precedente anche grazie ai preziosi consigli tra i quali quelli di fornirmi di ottimi bastoni da camminatore; già la mattina del 17 non vedevo l’ora di poter riprendere le ultime tre tratte della Magna Via Francigena.

Per motivi di lavoro e familiari ho saltato un paio di fine settimana poi la mattina del 28 settembre sempre in modo rocambolesco (auto più autobus) sono arrivato al bivio per Sutera lungo la SS 189.

A piedi mi sono avviato verso Sutera ma ho pensato che era inutile salire a monte per poi ridiscendere per cui ho deciso di proseguire, dopo qualche km in salita, verso Campofranco.

Giunto in questo paesino ho preso la via che porta verso Milena, tappa a metà strada per Racalmuto.

Ad un certo punto mi si è accostato un’auto condotta da un signore di mezza età il quale cortesemente scende e mi spiega che al prossimo incrocio dovevo proseguire lungo la strada asfaltata perché la segnaletica indicava di scendere a valle ma non avrei potuto superare, causa piogge recenti, il corso d’acqua sul posto per cui mi sarei dovuto fare a ritroso alcuni km in salita.

In effetti sapevo di un percorso invernale ma non credevo che già a fine settembre si dovesse percorre quello.

All’incrocio indicatomi ho trovato l’indicazione “variante inverno” ed ho seguito quella.

Mi sono perso così il famoso ponte romano, costruzione storica che però, per incuria, è crollata.

Ne sono seguiti km di asfalto, i primi su strada in discesa, gli altri in salita; il tutto per la “gioia” delle piante dei miei piedi che, dopo decine km di sterrato o terreno brullo, mal tollerano il duro asfalto.

Sono così arrivato a Milena intorno alle 11,30.

Sapendo che i km da fare erano ancora tanti – il tratto Sutera–Racalmuto è il più lungo della Magna Via Francigena – mi sono riposato un poco, rifornito di cibo e acqua ed ho ripreso la via verso Racalmuto.

Credevo che avrei attraversato posti e colline conosciute anche perché a valle di Milena ci ero già stato a piedi ed invece con mia grande, e piacevole, sorpresa ho scoperto che il percorso procede su altri sentieri.

Invero qui ho avuto non poche difficoltà nel seguire la segnaletica vale a dire il paletti, le frecce direzionali o i segni bianci e rossi spesso posti su muri, pali e che delimitano il percorso da Palermo ad Agrigento, ed ho avuto non poche difficoltà perché in alcuni incroci erano del tutto assenti (ho verificato più volte); l’unico modo di seguire il percorso era quello di farlo attraverso la app sul cellulare ma anche quella risultava falsata: il punto che avrebbe dovuto segnare la mia posizione era fuori posto perché anche se mi trovavo su strada asfaltata mi dava in aperta campagna, a qualche decina di metri di distanza.

Ho scelto allora di proseguire lungo la strada asfaltata anche per evitare fango e acqua, visto il freddo ed il vento di quella giornata.

Anche qui l’ultimo tratto prima dell’arrivo è stato emozionante perché costeggia una collina che da su un’ampia vallata.

Qui invero ho provato l’emozione più grande e forte di tutto il percorso perché dietro la cima di una collina quasi all’improvviso mi è apparso Racalmuto, il paese in cui vivo e dove sono cresciuto.

Datemi dell’egoista ma ritrovarmelo di fronte è stato un vero balzo al cuore, una emozione che mi ha fatto provare brividi.

Sentendomi ormai a casa mia ho proseguito con animo leggero, come chi sa o crede di essere finalmente tra le mura di un luogo da sempre conosciuto e che ci si porta dentro; questo è per me Racalmuto, un sentimento ed un rapporto di amore reciproco anche se a volte sentimenti diversi ed opposti mi pervadono, sentimenti di reciproco respingimento ed intolleranza.

Ho concluso questa tappa a casa mia ed è stato bello.

Il giorno dopo di buon’ora mi sono alzato, fatto praticamente tutto quello che quasi ritualmente faccio ogni mattina – colazione, bagno, lettura, doccia – e poi via alla volta di Grotte prima, Comitini a seguire, Aragona dopo e con destinazione Joppolo Giancaxio.

Superato Grotte dove mi hanno riconosciuto in tanti compresi i Vigili che hanno apposto il timbro sulle credenziali facendomi quasi vergognare perché il giorno prima i loro colleghi di Racalmuto avevano apposto un timbro del comune molto danneggiato e senza alcun riferimento alla MVF mentre il loro era nuovo e con tanto di dicitura “Magna Via Francigena”, ho ripreso la strada verso Comitini seguendo le numerose indicazioni sul posto.

Giunto a valle dopo Grotte ho cominciato la salita verso quella che chiamiamo “Petra rocca” una imponente roccia nella quale sono scavate – non ho mai saputo se per forza della natura o per mano umana – delle grotte ove è stato realizzato un museo, che però è chiuso.

Sul posto ci ero già arrivato altre volte a piedi.

Il percorso continua verso la collina, in direzione di un impianto eolico da poco realizzato sul posto.

Mentre facevo gli ultimi metri lungo quella ripida salita non immaginavo che giunto in cima si sarebbe palesato ai miei occhi uno spettacolo stupendo: una immensa vallata nella quale potevo distinguere senza problemi Sutera e Campofranco sul mio lato destro, Comitini sotto di me, Aragona che sembrava poco distante ed in lontananza Raffadali e Joppolo.

Fatti pochi metri sono giunto nei pressi dell’osservatorio astronomico di Comitini, struttura sembra completata ma mai entrata in funzione.

Sul posto c’ero stato qualche tempo fa per una passeggiata lungo il museo delle zolfare per cui, anche per le difficoltà nel trovare la segnaletica e nell’orientarmi con la app, ho deciso di rifare il percorso delle zolfare forse allungandomi il percorso di qualche centinaio di metri ma ne è valsa la pena.

Sono giunto così a Comitini e temendo di trovare tutto chiuso per il pranzo ad Aragona, mi sono rifornito di cibo e acqua ed ho ripreso la strada.

Poco prima di arrivare ad Aragona mi sono fermato per consumare il mio pranzo e riposarmi; ho poi deciso di mangiare e riprendere subito il cammino per provare ad arrivare presto a Joppolo e magari proseguire verso Agrigento accorciandomi così il cammino per il giorno dopo.

Giunto a Aragona mi sono fermato qualche minuto a riposarmi.

Ad un certo punto un’auto si è accostata ed il conducente mi ha salutato cordialmente, si è presentato e mi ha detto di essere del comitato Magna Via Francigena di Aragona, sapevo dell’esistenza del comitato ma non mi aspettavo di essere accolto ed invece …

Sono stato invitato a raggiungere la sede del comitato che si trova all’interno di un locale di cui lungo la strada avevo letto insegne pubblicitarie le quali parlano anche di un “menù del pellegrino”, peccato che avevo già pranzato.

Sono stato accolto con un sorriso il che per un pellegrino credo significhi che si trova in un luogo che quasi gli appartiene e dove sarà trattato con cordialità, cortesia e soprattutto amicizia.

Ho deciso così di fermarmi anche perché i gestori sono stati molto cordiali ed abbiamo scambiato quattro chiacchiere, agevolato forse, ma non credo tanto, dal fatto che sono di Racalmuto e quindi del posto.

Mi hanno indicato un percorso alternativo per evitarmi la salita che porta in collina e ridiscende dall’altro lato, ho seguito il consiglio ed ho ripreso la strada per Joppolo.

Dopo km di asfalto e alcuni su strada sterrata, completata una salita che però è stata resa psicologicamente più agevole dal fatto che vedevo la mia destinazione, sono entrato a Joppolo e la prima cosa che ho incontrato sono state delle salvitiche panchine pubbliche.

Riposatomi alcuni minuti, ho ripreso, grazie alla app, il percorso verso il centro storico del piccolissimo paese.

Alcuni ragazzini mi hanno chiesto dove alloggiavo anche perché i genitori di uno di loro gestiscono un rifugio pellegrini. Ho pensato che forse era un modo di farsi pubblicità ma forse anche un modo, sia pure infantile, di accogliere i pellegrini e la seconda opinione è stata confermata da quello che dirò di seguito.

Al primo locale che ho trovato, un panificio/pizzeria/tavola calda, ho chiesto per le credenziali ed il gestore, un caro ragazzo, mi ha mostrato la tabella del punto di accoglienza pellegrini posta sul suo locale.

Nell’attesa che venissero a prendermi per andare a recuperare l’auto che il giorno prima avevo lasciato in posto sicuro ad Agrigento, ho scambiato quattro chiacchiere col gestore, come dicevo un ragazzo allegro che non solo ha alleviato le mie recenti fatiche ma ha reso piacevole l’attesa.

Peraltro nell’unica chiesa era stato celebrato un matrimonio, evento raro tanto che paesani incuriositi erano lì a guardare anche perché i nubenti non erano di Joppolo.

Ritornato al mio veicolo, sono rientrato a casa e la domenica in auto sono tornato a Joppolo per l’ultima tappa, la meno faticosa ed una delle più brevi

Buona parte del percorso da Joppolo ad Agrigento si trova su strada ed ho avuto anche modo di incontrare gente conosciuta che non vedevo da anni.

Superata una strana ed inutilizzata struttura in cemento armato, sono arrivato ad un incrocio dove da un’automobile mi hanno chiesto se avessi bisogno di aiuto.

Alla mia risposta che non necessitavo di nulla si sono appurati che avessi preso la giusta direzione e poi li ho visti definitivamente allontanarsi; la gente dalle mie parti è fatta così: ti offre aiuto anche se non lo chiede, però credo si trattase di persone che avevano percorso la Magna Via Francigena perché tra viandanti esiste una strana solidarietà, o almeno si trattava di persone che erano in qualche modo coinvolte nel progetto.

Sapevo che gli ultimi km erano in salita ed in parte conoscevo il percorso avendolo quel tragitto in auto più volte, solo che non immaginavo che prima sarei sceso a valle per attraversare quello che è il fiume Akragas, invero un ruscello con poca acqua.

Fortunatamente erano state apposte delle pietre che formavano un piccolo ponticello, altre ne ho messe io ma pur non di meno mi sono completamente bagnato un piede, poco male visto che la giornata era molto calda.

Continuando lungo un piccolo viattolo dell’ampiezza delle spalle di una persona con qualche difficoltà sono arrivato qualche decina di metri sopra il fiume da dove ho ammirato uno strano ma bello paesaggio.

Il percorso si dirigeva verso un varco fra due rocce che mi hanno messo una certa curiosità: chissà se oltre quelle rocce c’erano ancora metri o km di sentiero pericoloso.

Invece superate quelle rocce mi sono trovato nello spiazzale di una piccola abitazione rurale; strano dove costruiscono ad Agrigento ma pensandoci meglio non troppo strano visto che sono stati capaci di costruire abusivamente anche a pochi metri dai templi e con questo non voglio dare giudizi negativi sugli agrigenti, gente della mia stessa terra.

Da qui il percorso invece è stato abbastanza semplice poiché attraversato un bosco mi sono ritrovato in posti ben noti e questo, almeno dal punto di vista psicologico, ha reso più semplice la salita verso la cattedrale di Agrigento, punto definitivo di arrivo della Magna Via Francigena.

Devo dire che all’interno di Agrigento la segnaletica mi è sembrata del tutto assente ma non ho avuto difficoltà perché conosco il posto.

Sono finalmente arrivato, domenica 30 settembre 2018 verso le 13,00 nei pressi della Cattedrale di Agrigento che sapevo chiusa per restauro.

Mi sono quindi rivolto ad alcuni ragazzi all’ingresso del museo Mudia.

La fine del viaggio è stata una delle meno entusiasmanti perché “gli addetti ai lavori” dopo avermi detto, in modo freddo e distaccato, che il timbro sulle credenziali lo avrebbero apposto loro, alla mia domanda in merito alla pergamena del testimonium sempre in modo freddo (qualcuno a cui ho raccontato l’episodio sostiene che siano stati proprio ineducati) mi hanno detto che quello si paga; ho risposto che lo sapevo e così in modo altrettanto freddo ho chiesto: “quant’è!?”.

Pagato il prezzo e notato che sull’attestato non era inserito il mio nome e la data ho chiesto spiegazioni ed il ragazzo che, nella totale indifferenza delle altre due addette al museo presenti sul posto, si è curato di me (se così vogliamo dire tanto per essere educati) mi ha risposto che il nome e la data dovevo inserirli io, se volevo.

Ho raccolto tutta l’ultima pazienza che mi era rimasta ma vi posso garantire che la frase più educata che mi è passata per la mente è stata: “ma tu guarda se dopo 180 km a piedi mi devono accogliere in questo modo proprio a casa mia!? Ovvio che poi i turisti preferiscano altri posti.

Mi sono allontanato ed ho chiamata per farmi venire a prendere per andare a Joppolo a riprendere l’auto e tornare a casa.

Il giorno dopo, per una di quelle coincidenza alle quali credo sempre meno, ho ricevuto un messaggio dai miei amici bresciani i quali, dopo parole di apprezzamento e stima – reciproca, ci tengo a precisarlo – mi hanno invitato ad andarli a trovare, ho detto loro che spero un giorno di poterci andare.

Il resto è un’altra storia fatta di un mio rinnovato impegno per suggerire miglioramenti.

Ho pubblicato sul mio profilo fb e sul sito ergosumracalmuto.org le foto o meglio una selezione delle numerisissime foto scattate lungo il tragitto: raccontano per immagini questo mio solitario viaggio perché il dato che più incuriosisce chi ascolta di questo mio percorso è il fatto che abbia percorso tutti quei km da solo.

Non credo di essere una persona eccezionale o fuori dal comune.

Vorrei solo che si capisse che i limiti ce li poniamo noi ed è solo la nostra paura che non ci fa vedere come superarli.

Fine di un viaggio ma non di un’avventura.

Alcune riflessioni post viaggio

La Sicilia è terra di conquista o riesce a conquistare?

Di certo c’è che questa terra innamora, crea dipendenza e alla lunga quella cotta iniziale diventa amore maturo.

Allora scegli di viverci dentro o ti vive dentro, ti senti trasportato in una dimensione irreale, surreale, fantastica; è parte di te che arriva al cuore di questa terra e torna indietro a penetrare la tua anima inondandola con la sua, con un’anima fatta di sole, terreni brulli, di colline piene di sterpaglie e prive di insana civiltà, di fiumi che ti bagnano i piedi e disegnano la tua stessa voglia di vita.

Attraversare la Sicilia vuol dire capire chi sei o almeno ti obbliga a guardarti allo specchio, dritto negli occhi per scoprire che sei un sopravvissuto di te stesso e che non puoi permetterti di continuare, che devi vivere o forse anche sopravvivere, che devi inondare il mondo di quello che ti ha dato e che ti è arrivato nel cuore perché ora sai che la bellezza l’hai vista e la devi testimoniare.

Il cammino, dicono, è come la vita: fatta di salite e discese.

Esiste, per me, una differenza fondamentale: le salite del cammino le vedi e misuri le forze sulla scorta di quello che gli occhi ti restituiscono, decidi di affrontarle con passo veloce e sicuro oppure di procedere con passi lenti quasi incerti ma che danno la sicurezza di avanzare, sia di pochi centimetri, ogni volta che alzi il piede.

Così come le discese: spesso tolgono il respiro perché ti mettono di fronte ad un panorama immenso rispetto al quale ti senti solo un punto salvo poi riflettere sul fatto che quello è solo una minuscola parte di tutto quello che ci circonda.

Le discese le affronti con spirito diverso, credi di essere sicuro che non sono così complicate, che non ti stancheranno; poi scopri che mettono a dura prova le gambe, ti innescano un senso di squilibrio al quale credi di non poter rimediare per scoprire, a tue spese, che il tuo corpo ha le risposte e sa camminare su un filo sospeso come su solida roccia.

La vita è ben altro: non sai mai quando inizia la salita, per quando tempo durerà, se arriva in cima per poi ridiscendere a valle e soprattutto non ti permette di fare i conti con le tue forze anche perché non hai idea se la discesa – che nel senso comune ed anche nel tuo, sono le gioie e la felicità – arriverà subito dopo la montagna che credi di avere davanti perché spesso quella cima nasconde altre impetuose cime, altre salite da affrontare quando non hai già la forza di superare la prima.

Vivere quindi è molto più complicato che camminare eppure abbiamo più paura dei km che non dei giorni a venire.

Forse perché i giorni arrivano nostro malgrado e non ci lasciano scampo, forse perché crediamo che il cammino dipenda da una nostra consapevole scelta, forse perché la vita si misura in anni e in attimi mentre il cammino lo comprondi solo dopo aver compiuto i passi o forse più semplicemente per l’insana credenza che la vita è e non può non essere mentre il cammino lo scegli.

Credo invece che non sia propriamente così: siamo noi che scegliamo sia nella vita che nel cammino: nel primo caso a volte se non spesso inconsapevolmente, nel secondo convinti che il prossimo passo dipenda da noi mentre invece non hai alternativa se non quella di fermarti e aspettare che il mondo giri per subirne le conseguenze.

Facciamo comunque delle scelte, anche quando decidiamo di stare fermi e aspettare che il tempo ci passi addosso.

Anche per questo credo che il modo migliore per affrontare vita e cammino sia quello di farlo prendendo coscienza delle proprie forze e dei propri limiti, per accrescere le prime e superare i secondi.

Perché nessuno di noi saprà mai di quali reali forze, di spirito e fisiche, dispone finché non vi avrà fatto ricorso mentre i limiti spesso risultano essere la paura che abbiamo di affrontarli: è più comodo restare ad aspettare un passaggio per scollinare piuttosto che seguire il sentiero fino in cima e, col cuore che viaggia all’impazzata, andare a scoprire cosa c’è oltre.

Quindi se è pur vero che la strada tanto insegna e altrettanto vero che volenti o nolenti dobbiamo affrontarla anche quando crediamo che essa non sia fatta di sentieri, vicoli, asfalto poiché non è necessario percorrere distanza ma è impossibile non attraversare il tempo, non vivere e far si che la vita ci passi, sorpassi e trapassi.

Per capirlo non è neanche necessario mettersi in cammino, è sufficiente prendere coscienza di se e del mondo.

Consigli per il cammino non ne ho, non so cosa suggerire perché ciascuno possa affrontare al meglio il tragitto fatto di metri e km tanto meno quello della vita.

Lo spazio lo affronti tenendo presente consigli generali: zaino non troppo pesante, scarpe comode e resistenti, acqua e, oggi, integratori vitaminici e salinici per ovviare alle mancanza provocate dalla fatica fisica e dal sudore; possibilmente bastoni per aiutarti nelle salite e, sembrerà strano, ancor più nelle discese. Insomma consigli che trovi ovunque e da chiunque è abituato a camminare.

Un consiglio però mi sento di doverlo dare: seguite i consigli dei più esperti, di chi ha veramente affrontato il cammino e diffidate di chi vi da suggerimenti senza avere avuto mai alcuna esperienza, ci sono tante guide che non si sono mai mosse da casa!

La vita!?

Beh il discorso è ben diverso, credo più semplicemente complicato ma tuttavia di più facile soluzione.

In entrambi i casi come dico sempre è meglio far camminare la testa prima dei piedi: arrivi prima, ci metti meno tempo e soprattutto consumi meno energie che alla fine sono quello che conta veramente perché non sai e non saprai mai se la cima della montagna, reale o virtuale, nasconde un’altra cima e se dietro una discesa ve ne sia una più ripida che ti toglie fiato ed equilibrio perché inonda il cuore e la mente di quello spazio infinito, almeno ai tuoi occhi, che ti trovi davanti, spazio di felicità per la vita, spazio fatto di vallate per il mondo.

Ciascuno di noi ha modo per affrontare quello che si trova davanti e siccome sono io che qui scrivo vi voglio illustrare il mio.

Come da titolo di questo che avrebbe dovuto essere una breve esposizione ma che si sta trasformando in una sottospecie di trattato – e temo che si amplierà sempre di più non fosse altro perché mi piace raccontare e sono abbastanza veloce a scrivere o meglio a dattilografare – il mio modo di affrontare il cammino è quello di pormi come obiettivo quello di raggiungere l’orizzonte che la strada mi pone davanti sia esso una salita, una discesa o una curva.

Lo faccio sempre comunicando al cuore che raggiunto quel traguardo saranno finite le sue fatiche ma allo stesso tempo elaborando nel cervello l’idea che dopo quella curva ci sarà un’altra salite, dopo la discesa un’altra curva e dopo la collina una montagna.

Insomma bisogna mirare al proprio obiettivo per tacitare il cuore e prepararsi ad altro obiettivo per tenere pronta la mente.

Diversi amici mi hanno chiesto di fare un diario di viaggio del cammino da Palermo ad Agrigento.

Ho già avuto modo di dire che non l’ho fatto per fede religiosa ma per motivi latamente politici e fondamentalmente personali.

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