Scrivere implica sempre un impegno, raccontare ancor di più ma quello che riesce sempre complicato e complesso è esprimere sentimenti, passioni, visioni e sogni attraverso questo strumento.

Eppure senza la scrittura non saremo qui oggi perché il sapere attraverso questa si tramanda e trapassa da persona a persona.

Oggi per uno strano scherzo del destino ho deciso di iniziare il racconto di un viaggio, del mio viaggio a piedi per km tra luoghi aspri a volte ma rigogliosi molte altre: di verde, di sole, di gente, di passioni e di accoglienza fatta di semplicità e complicità, fatta di condivisione.

La mia esperienza sulla Via Francigena Palermo – Messina per le montagne comincia una calda giornata di agosto, il 25 del 2019.

I tappa: Palermo – Bagheria

Decido di saltare la prima tappa e di partire, per ragioni di logistica, dalla stazione di Altavilla Milicia.

II tappa: Altavilla Milicia – Eremo di San Felice 25 agosto 2019

I primi km su asfalto perché la stazione dista dal paese – e dalla traccia – più di due km.

Giungo in paese, mi rifornisco di cibo e parto alla volta dell’Eremo di San Felice tra Altavilla e Caccamo.

Percorro parte della città e inizio la prima grande salita.

Si passa per stradine di campagna, sentieri sterrati, cancelli chiusi che si possono aggirare a piedi con indicazione del percorso e dove trovo una moneta.

Come sempre riesco a perdermi, stavolta in mezzo al nulla tra mucche che temo esser tori – ed io viaggio vestito di rosso così mi metto a torso nudo per evitare di provocare i mansueti animali – laghetti di montagna in mezzo al nulla, sentieri in salita, assenza di rete e quindi di traccia del percorso che non ho scaricato sul cellulare.

Come si dice “cu è riccu d’amici, è scarsu di guai” (chi è ricco di amici è povero di guai): riesco ad avere la linea per pochi secondi, chiamo un amico (il mitico Salvatore Balsamo, fautore del percorso che qualche settimana prima ha attraversato) che mi dà le indicazioni ma io, che riesco a perdermi anche a casa mia, alla fine della salita mi perdo di nuovo e finisco, all’imbrunire, sull’orlo di un precipizio da dove non si vede traccia dell’eremo.

Mi chiamano anche i ragazzi dell’Associazione che gestisce l’accoglienza all’Eremo. Alla fine sempre grazie a Salvatore riesco a giungere, quasi al buio, al cancello dell’Eremo dove mi raggiunge Totò che mi porta la cena e mi apre le porte di un posto che a tutt’oggi credo essere tra il mitico e fantastico, poco reale ma vero nel senso più profondo del termine.

L’Eremo è costituito da una piccola chiesetta del 1300 con accanto un locale in cui si trova un grande unico salone ed un soppalco con i letti. Viene spesso usato dagli scout per i loro campi tant’è che il salone è pieno di bandiere e stendardi. In un angolo è ritagliato un piccolo bagno.

Totò mi porta la concordata cena, mi spiega che, come già sapevo, non c’è corrente elettrica per cui devo arrangiarmi con torcia e candele (che mi fornisce in abbondanza).

L’acqua arriva per caduta, è prelevata da una fonte e trasportata, con pompa a scoppio, sulla cisterna sul tetto; manca, ovviamente, l’acqua calda.

Congedato Totò resto da solo, faccio la mia bella doccia fredda, lavo i panni e li stendo, industriandomi, sui bastoncini in bagno.

Nel totale silenzio rotto solo dallo scampanellio di una mucca – unico essere vivente che mi farà compagnia insieme ai grilli fin quasi alle 23 – ceno a lume di candela, chatto qualche minuto con amici e familiari tramite il telefono (sapendo di doverlo ricaricare mi sono fornito di un caricabatterie di scorta con pannelli per la ricarica solare) e mi metto a letto.

Dormo come un ghiro fino all’alba che però non vedo perché nuvoloso.

III tappa: Eremo di San Felice – Caccamo 26 agosto 2019

Faccio colazione, risistemo lo zaino, scrivo un messaggio a futura memoria col quale ringrazio per avermi fatto tornare bambino per una notte passata senza la corrente elettrica come quando si andava in campagna in estate e riparto alla volta di Caccamo.

Dopo una lunga ed estenuande discesa che in quel percorso è all’ordine del giorno arrivo alla diga dove mi raggiungono Totò e altri amici dell’associazione. Mi spiegano che la salita è poco interessante ed è su asfalto per cui, faccio due conti e siccome non ero fisicamente in forma accetto un loro passaggio per Caccamo arrivando, quindi, con largo anticipo.

Contatto l’accoglienza, vado a fare la doccia, pranzo in un locale e torno al B&B dove riposo tutto il pomeriggio.

Esco per una passeggiata e mi dirigo verso il castello che, con meraviglia, scopro essere il terzo castello più bello d’Europa. Arrivo a circa mezz’ora dalla chiusura per cui il custode mi fa entrare con la promessa di una visita veloce e non mi fa pagare il biglietto: solo in Sicilia credo che l’accoglienza arrivi a tanto.

Visito il castello velocemente ma prometto di tornarci.

IV tappa: Caccamo – Montemaggiore Belsito 27 agosto 2019

Il giorno dopo parto alla volta di Montemaggiore Belsito. Attraverso un fiume in secca e per il caldo oltreché per la forma fisica decido di rinunciare agli ultimi km trovando un passaggio anche per la seconda metà.

A Montemaggiore mi accolgono Fabio (responsabile del comitato), Pino e sua moglie Giusy (gestori del B&B e componenti del comitato). Dopo la solita doccia e riposino, Fabio e Pino mi portano in una piccola chiesetta fuori paese, chiesetta nella quale si trova una piccola incisione in greco antico dedicata a san Giacomo, patrono dei cammini e dei camminitori. Mi fanno graditissimo omaggio di un souvenir del comitato, l’unico che a tutt’oggi porto attaccato allo zaino.

La sera mi accompagnano per la cena in un locale dove mi propongono un menù del pellegrino talmente abbondante che il giorno dopo ho rischiato di rotolare invece che camminare. Fabio dopo cena mi raggiunge e passiamo un po’ di tempo a discutere della Magna Via Francigena e della Via Francigena Palermo – Messina per le montagne.

V tappa: Montemaggiore Belsito – Caltavuturo 28 agosto 2019

Riparto all’alba del 28 maggio per quella che poi, date le mie condizioni fisiche, ho deciso sarebbe stata l’ultima tappa.

Destinazione Caltavuturo passando per Sclafani Bagni.

Lungo il percorso, alla prima salita incontro u zi Pippinu, poeta contadino il quale, per come già mi avevano avvertito, chiede il mio nome e ci intreccia versi in dialetto. Pochi secondi e come un’apparizione venuta dal nulla scompare, non l’ho più rivisto.

Il caldo ma soprattutto la mia condizione fisica mi impediscono, pena uno svenimento o un malore, di raggiungere Sclafani Bagni dove arrivo grazie sempre alla proverbiale generosità siciliana: un contadino mi dà un passaggio.

Contatto Giusy, responsabile del comitato e ci incontriamo in una piazzetta che è il cuore e praticamente tutta Sclafani Bagni borgo di 442 abitanti.

Giusy mi fa conoscere al municipio il sindaco che personalmente timbra le mie credenziali sulle quali per un errore dovuto al buio Totò all’Eremo di San Felice aveva apposto il primo timbro partendo dalla fine e così le mie credenziali sono timbrate in ordine inverso, la cosa mi piace perché originale.

Vien giù un po’ di pioggia per cui chiamo l’accoglienza a Caltavuturo per farmi venire a prendere. Mi raggiunge in auto e mi porta all’accoglienza. Non è stata una bella permanenza a Caltavuturo: il locale non mi è piaciuto e nel pomeriggio è venuta giù l’acqua a secchiate. Contattati amici che vevano fatto prima di me il cammino comunico che trovo il percorso finora pesante, mi informano che le prossime tappe sono pure peggio per cui, anche dietro loro consiglio, decido di interrompere il cammino, tornare a casa, allenarmi e riprendere nelle giuste condizioni fisiche.

Ma come ogni cosa in Sicilia anche il rientro da quel paesino è complicato. Controllo e non risultano mezzi pubblici per raggiungere una qualsiasi città – Catania o Palermo – per cui chiamo il gestore dell’accoglienza che mi passa il numero di telefono di un privato che fa la spola per Palermo, lo contatto e mi informa che l’unica corsa è alle 6 di mattina.

Il 29 mi alzo di buon ora (erano credo le 4:45) e provo a fare la doccia. Per un guasto alla caldaia non ho acqua calda per cui anche in quell’occasione doccia fredda (data l’ora non ho voluto disturbare il gestore dell’accoglienza che poi mi ringrazierà per questo).

Raccolgo le mie cose e mi avvio per il ritorno a Palermo da dove in mattinata torno a casa, sconfitto dalle montagne, dal mio sovrappeso, dalla forma fisica non adatta e da aòltre varie preoccupazioni.

Perdersi sulle Madonie è stata un’esperienza unica e come sempre la voglia di riprendere il cammino era tanta.

Stavolta però non mi sarei fatto trovare impreparato: niente avventura da solo che sulle montagne il telefono non prende, riacquistare la forma fisica che significa perdere peso e allenarsi a portare lo zaino il cui contenuto andava rivisto.

Avevo un anno di tempo per far tutto ma ho preso ad allenarmi fin da subito.

Un anno, 365 giorni anzi 366 visto che il 2020 è bisestile, innumerevoli ore ed innumerabile minuti e secondi ma passano, uno dopo l’altro come i passi che coprono metri, decametri, ettometri e kilometri o più italianamente, e correttamente nella lingua di Dante, chilometri.

Così sono passati e non starò a narrarli perché questo racconto riguarda il viaggio e si è trattata solo di una pausa.

Dopo essermi allenato, fatto la dieta, perso considerevolmente peso e preparato lo zaino sono partito con insoliti e fantastici compagni di viaggio – Sergio, Gero e Renato – alla volta di Montemaggiore Belsito la sera del 15 agosto 2020 (comincia a somigliare ad un diario di viaggio, vero? Soprattutto per le date :)

Loro in gennaio si erano fatti le tappe fino a Montemaggiore (hanno fatto anche la prima tappa da Palermo a Bagheria malgrado avessi consigliato loro di saltarla perché su asfalto, se ne sono pentiti? Ovviamente non del tutto perché ognuno vede il cammino a modo proprio); così da lì abbiamo deciso di ripartire.

Ospitati come sempre da Pino la sera dopo la solita abbondante cena siamo andati a dormire; oddio non proprio perché tra caldo e tensione per il viaggio nessuno dei quattro ha dormito profondamente, ma così va.

V tappa: Montemaggiore Belsito – Sclafani Bagni (chi me l’ha fatto “rifare”:D ) – 16 agosto 2020

Il giorno dopo io, Sergio e Gero zaino in spalla ci avviamo alla volta di Sclafani Bagni dove avremmo alloggiato pertanto per una sera quello stupendo borgo ha avuto 406 abitanti.

Renato dopo un giro in bici in zona ci raggiungerà in auto la sera a Sclafani. Per fortuna perché essendo di domenica le attività a Sclafani erano chiuse e se non fosse stato per Renato che ha fatto la spesa e per Sergio che ha cucinato un’ottima carbonara saremmo rimasti a digiuno.

Il percorso da Montemaggiore Maggiore a Sclafani attraversa o meglio sarebbe dire oggi, per le ragioni che spiegherò, attraversava il bel bosco e la riserva naturale Bosco di Favara e Bosco Granza per poi ridiscendere a valle ed inerpicarsi, negli ultimi km, fino al borgo.

Per nostra fortuna prima dell’ultima salitona abbiamo trovato una fonte d’acqua perché a causa delle alte temperature avevamo quasi esaurito le scorte.

Rinfrescati abbiamo affrontato l’ultima salita.

A metà circa i miei compagni di viaggio, attrezzati per l’occasione, hanno deviato verso i bagni dove insiste una piccola pozza di acqua sulfurea e lì hanno fatto un bagno rilassante; io ho preferito continuare per arrivare prima delle 13.

La prima sorpresa gradita è stata una fontana con acqua freschissima e con dei pesci che nuotavano tranquillamente.

Sono arrivato a Sclafani Bagni stremato per la difficoltà specie dell’ultimo tratto in salita, i miei compagni di cammino che l’hanno fatta sotto un sole ancora più caldo hanno avuto maggiori difficoltà ma ce l’hanno fatta.

Finite le solite incombenze – doccia, lavaggio dei panni ecc. – ci siamo riposati per alcune ore e poi abbiamo fatto un giro per il paesino: piccolo ma carino e accogliente come la casa di Giusy che ci ha ospitati, piena di libri, sogni, racconti.

La sera dal belvedere del paese sui monti di fronte abbiamo visto del fumo e diversi Canadair all’opera per spegnere un incendio. Per alcuni di noi non riguardava il percorso che abbiamo fatto ma io nutrivo seri dubbi. Il mattino dopo ho saputo che la tappa era stata chiusa per via dell’incendio, una triste e dolorosa notizia per me aggravata dal fatto che praticamente eravamo stati gli ultimi pellegrini ad ammirare quel bosco, speriamo rinasca presto e bene e soprattutto che non sia andato del tutto distrutto, che in parte si sia salvato.

Si concludeva così la prima giornata con un buon piatto di pasta alla carbonara preparata dal sapiente cuoco Sergio.

VI Sclafani Bagni – Polizzi Generosa – 17 agosto 2020

Mi alzo ancora una volta di buon ora, doccia, colazione – la mia “compagna di viaggio” una bottiglia da mezzo litro che ogni sera riempivo con latte e caffè torna utile, idea venutami dopo aver sofferto l’assenza di colazione nelle scorse tappe – e attesa degli altri.

Finalmente alle 7,30 circa si parte alla volta di Polizzi Generosa.

Lasciamo alle spalle la piccola Sclafani Bagni ed entriamo praticamente subito a Caltavuturo dove incontriamo Renato in giro con la bici.

Facciamo colazione al solito bar e riprendiamo il cammino verso Polizzi Generosa.

Tra i soliti alti e bassi arriviamo in paese all’ora di pranzo anzi invero un po’ dopo. Pranzo con quel che capita, ci rifaremo come al solito a cena.

Nel pomeriggio facciamo un giro in piazza.

Quivi, come spesso mi capita, incontro gente che conosco  e stavolta per fortuna belle persone, gente che apprezzo (un compagno d’università e la famiglia).

La piazza è gremita di gente, qualche giorno prima ci sono stati eventi legati a Dolce, originario di Polizzi e che qui a casa, ci torna spesso.

Mentre passeggiavamo abbiamo avuto un’amara sorpresa: l’elenco delle accoglienze era sbagliato per cui avevamo prenotato, credendo si trovasse a Petralia Sottana, per il giorno dopo nel B&B che praticamente si trova dirimpetto a quello in cui ci trovavamo. La proprietaria dell’altro B&B indispettita ha cercato di farci sborsare una sorta di risarcimento tanto che verso sera mi ha chiesto dei miei compagni di viaggio perché voleva parlare con loro. Ho detto che non c’erano e che l’errore era dovuto ad una indicazione sbagliata nell’elenco delle accoglienze della Via Francigena, elenco che loro hanno ricevuto per tempo e che avrebbero dovuto controllare. In ogni caso chi ha prenotato aveva fatto presente che avevamo bisogno di alloggio a Petralia Sottana, se loro non hanno fatto presente che si trovano invece a Polizzi la colpa non può certo essere del viandante che frequenta quei luoghi per la prima volta.

Restava il fatto che il giorno dopo non avevamo prenotato alloggio. Fortunamente siamo riusciti a risolvere.

Ho anche dovuto comprare una crema perché avevo le gambe arrossate e camminare diventava sempre più difficile e doloroso, non mi succedeva da tempo e perciò non ero preparato. Spiego alla farmacista il problema e mi da una pomata che poi si rivelerà poco efficace visto che ogni giorno i km erano tanti ed io sudo praticamente come una fontana per cui lavavo via la crema immediatamente ed il rossore, e con esso il dolore, si ripresentava ogni giorno.

Dopo una bella dormita in lettino singolo presso bella residenza all’uopo adattata da un ragazzo col quale abbiamo a lungo parlato del suo paesino, il giorno dopo è stata la volta di Petralia Sottana

VII tappa: Polizzi Generosa – Petralia Sottana – 18 agosto 2020

la mattinata comincia col saluto a Renato che torna al lavoro. Per allegerire lo zaino affido a lui alcune cose che non mi servono.

Solita doppia colazione e si parte, ancora in tre con Sergio che non vuol essere chiamato “capitano” ma che di fatto dirige quella nave con sapienza e maestria che possiedono i vecchi lupi di mare e quella barca originale che va per monti continua il suo viandare serena.

Tra tratti aridi, casine della forestale, luoghi di ristoro per la presenza della preziosa acqua e dopo la solita discesa riprendiamo la breve salita verso Petralia Sottana.

Stavolta si dorme in appartamento, ci sistemiamo in attesa che ci raggiunga Angelo per fare con noi le successive due tappe.

Arriviamo tardino per cui troviamo praticamente tutto chiuso, mi toccherà fare qualche altro km per raggiungere un curioso posto di ristorazione: un forno in cui cucinano praticamente di tutto.

Da lì contatto i miei compagni di viaggio che poco dopo mi raggiungono e mangiamo qualcosa.

Nel tardo pomeriggio arriva in auto Angelo, stavo per chiedere a lui dove potevo trovare una farmacia.

Sistematosi anche Angelo andiamo alla ricerca di un posto per cena.

Troviamo un locale all’interno di un vecchio Castello, almeno così sembra anche dal nome del posto.

Cena con prodotti tipici, sempre abbondante alla faccia della dieta che a quel punto era del tutto saltata vista la situazione. Poco male, tornerò dal cammino comunque sottopeso rispetto alla partenza.

A letto presto e sveglia, per me, all’alba, si parte per Gangi, secondo borgo dei borghi dopo Polizzi Generosa.

VIII tappa: Petralia Sottana – Gangi – 19 agosto 2020

Sono al quarto giorno di cammino, equiparo il mio record personale di giorni di fila a camminare ed entro in modalità viandante (non essendo credente difficilmente mi definisco pellegrino).

La tappa per Gangi è una delle più difficili almeno per me.

Appena lasciati Petralia Sottana scopriamo l’Etna che ci accompagnerà fino alla fine della nostra avventura.

Dopo aver attraversato qualche sentiero dove la vegetazione era stata rasa al suolo da un incendio scoppiato qualche giorno prima e dopo aver visto financo animali completamente bruciati; entriamo subito a Petralia Soprana, borgo stupendo pieno di viottoli così stretti che a malapena si attraversano a piedi.

Facciamo la solita colazione al bar e ci avviamo.

Tra lo stupore di Angelo, gente che prepara le conserve ed i soliti immancabili dislivelli che tolgono il fiato una volta per le difficoltà in discesa l’altra per la fatica in salita ma ancor più per i panorami di cui si gode in cima, fra sterrati e arrivo sull’asfalto sotto il sole cocente del 19 di agosto (anno del Signore, sempre che se l’accolli, 2020), giungiamo a vedere e poi raggiungere Gangi arroccato sulla sua collinetta.

Ai piedi dell’ultima salita un gentile e simpatico vecchietto ci invita ad entrare nel suo terreno, cala un secchiello di metallo in un pozzo stretto, tira su e ci passa dei bicchieri di plastica che riempiamo di acqua buonissima e fresca direttamente dal secchiello.

Scambiamo quattro chiacchiere col simpatico vecchietto che ci fa vedere l’esterno della sua casa di campagna e dopo un po' procediamo.

L’ospitalità prenotata ci aspetta in alto, e arriviamo ben oltre l’ora di pranzo.

Solita doccia, sistemazione e poi giro in centro, un posto ordinato e a misura di essere umano da un lato frutto e dall’altro causa dell’essere stato borgo dei borghi.

Anche qui incontro due persone che conosco entrambe di Racalmuto che fra di loro non si conoscono tanto che si ignorano ma non perdono l’occasione, in momenti differenti, di salutarmi; la solita storia: conosco troppa gente :)

Visitiamo anche il museo delle armi, incontriamo un costruttore di tamburi e tamburelli che ci fa ascoltare il suono originale di un tamburello gigante e dopo aver cenato nel solito locale stravagante e originale, stavolta un bar adibito a pizzeria/ristorante segno che tutto può mancare in Sicilia tranne la fantasia e l’originalità spesso legata ad un senso forte e vero di accoglienza; torniamo al B&B e si va a dormire ancora presto per alzarmi, almeno io, prestissimo, cioè verso le 5.00.

XI tappa: Gangi – Nicosia – 20 agosto 2020

una delle tappe più belle. Appena usciti già troviamo curiosi ammassi di oggetti inanimati che avranno avuto un loro scopo, ci colpisce soprattutto un orsetto di peluche che sicuramente avrà fatto compagnia a qualche bimba/o.

Procediamo oltre e per fortuna in cima alla solita e faticosa salita troviamo una bella fonte d’acqua fresca – le scorte non ci mancano ma trovarne è sempre un piacere – ove ci soffermiamo qualche minuto.

Stavolta all’ora di pranzo non eravamo a destinazione perché lungo la tratta troviamo Sperlinga col suo bello e favoloso castello.

Ci fermiamo al bar in attesa di decidere il da farsi.

Siccome il mondo è stranamente piccolo il caro Angelo incontra una coppia di suoi conoscenti. Si chiacchiera, si comprano i biglietti per il castello e si va in visita.

Bellissimo, ben tenuto, enorme e con panorami mazzofiato; questo, volendo sintetizzare, il castello di Sperlinga: un luogo da visitare anche per turisti non – strani come noi.

Ripartiamo nel primo pomeriggio, ci mancano circa 7 km alla meta.

Arriviamo intorno alle 17 e si va alla ricerca del convento dove alloggiare. Sergio ci informa che avremmo dormito dai francescani al che ci prepariamo ad un alloggio povero ma nello spirito dei viandanti siamo pronti ad adattarci.

Il frate (non ho capito se è anche un prete) sta celebrando messa quando arriviamo, sfiniti, sul posto.

Finita la messa (che solo Sergio segue almeno nella sua ultima parte) frate Biagio ci porta al nostro alloggio e qui la sorpresa: una struttura nuovissima e ben arredata, direi un albergo a tre stelle almeno. Per dare un’idea dirò che ho avuto difficoltà anche a fare la doccia: è con l’idromassaggio; ho dovuto rileggere due volte le istruzioni.

Letti comodissimi in stanze pulite e ben arredate.

La sera si va a cena e si beve una birra locale ma dobbiamo rientrare presto perché il frate ci aspetta per aprirci; alle 22 neanche siamo a letto.

X tappa: Nicosia – Troina – 21 agosto 2020

Si riparte come sempre intorno alle 7 lasciandoci alle spalle Nicosia il paese che ha dato i natali a San Felice (già il nome mette allegria) un pellegrino come noi.

Angelo ci lascia per rientrare e quindi continuiamo in tre: Sergio, Gero e io.

Il sole fa sentire già nelle prime ore tutto il suo calore e già a metà percorso capisco che non sarei riuscito a completare la tappa a piedi.

Dopo la prima lunga e interminabile comincio ad avere problemi. Avviso Sergio e Gero che non mi sento bene.

Attraversiamo un fiume asciutto e troviamo quasi miracolosamente il percorso.

La salita è lunga ed io stento nel procedere tanto che rallento molto gli altri. Decido così di cercare un passaggio perché rischiavo di svenire.

In quel posto desolato e quasi abbandonato da ogni essere vedo arrivare alle mie spalle una jeep. Chiedo un passaggio ed il ragazzo alla guida mi dice che potrà trasportarmi solo per qualche km, mi accontento almeno evito una parte della salita.

Chiedo all’autista se può darmi dell’acqua, mi dice che ne ha solo di calda e prendo così la bottiglia che trovo ai miei piedi.

Mi lascia ad un incrocio con asfalto e aspetto i miei compagni di viaggio che nel frattempo avevano proceduto e mi raggiungono poco dopo.

Dividiamo la bottiglia d’acqua invero abbastanza fresca e mangiamo qualcosa anche per alleggerire lo zaino. Riprendiamo ma non mi sento affatto bene, trovo un altro passaggio stavolta su un trattore enorme condotto da un vecchietto simpatico, c’è pure l’aria condizionata.

Aspetto nuovamente i miei compagni di cammino, ci fermiamo per il troppo caldo all’ombra di un pino e chiediamo dell’acqua, ci danno una bottiglia di appena un litro, asserendo, sfacciatamente che ci bastava (prova che non tutti in Sicilia sono della stessa pasta, qualcuno meno accogliente si trova ma per fortuna è l'eccezione che conferma la regola).

Comunico ai miei compagni che non mi sento affatto bene e mi rimetto a chiedere passaggi. Mi tira a bordo un signore che mi accompagna direttamente all’accoglienza.

Chiamo la signora che gestisce il B&B, mi apre, mi mostra le stanze e poi va via.

Faccio una doccia e aspetto i miei compagni di viaggio.

Nel pomeriggio vado in farmacia, che avevo chiamato il giorno prima, per prendere un nuovo barattolo di crema per il rossore.

Troina è stata una delle prime zone rosse in Sicilia all’inizio di quella maledetta pandemia dovuta al covid – 19 e nella gente si avverte una certa diffidenza che ben comprendiamo.

Abbiamo una leggera questione con la signora per via del fatto che avevamo prenotato più letti, lascio risolvere a Sergio che come sempre se la cava egregiamente.

Solito giro per qualche via del paesino, bellissimi i paesaggi intorno ma poi si torna a dormire, anche il giorno dopo si cammina.

XI tappa: Troina – Cesarò – 22 agosto 2020

Lasciamo l’accoglienza, un posto carino e ben arredato all’ingresso del quale troviamo antichi attrezzi per lavorare la terra e raccoglierne i frutti.

Non sono al massimo della forma ma non sto male come il giorno prima.

Alla fine della prima discesa troviamo un ponte Normanno, uno strano ponte che va prima in salita e poi in ripida discesa.

Attraversiamo il fiume quasi in secca e riprendiamo per l’ennesima salita, il sole comincia ad essere poco tollerabile ma ad agosto in Sicilia ci sta anche se speravo che nella seconda metà del mese avremmo trovato temperature più miti.

Km su km arriviamo ai piedi di Cesarò ed io sono sfinito.

Prima dell'ultima salita troviamo strani segnali di presenza umana: una roccia con un murales, un mosaico con la rosa dei venti. Poco più avanti troviamo un agriturismo, apro un cancelletto ed entro, trovo una sedia abbandonata e mi riposo un po’ all’ombra. I miei compagni di viaggio mi raggiungono e trovando aperto chiedono permesso.

Qui si appalesa una signora che appare dal nulla come una fata: Giselle.

Ci invita ad entrare, ci offre acqua fresca, un caffè ed una torta. Lei vive praticamente nell’agriturismo col suo compagno, si dedica alla pittura e ci mostra alcune sue belle opere e alla poesia; ci regala dei segnalibri con una sua poesia (lo custodisco gelosamente), ci dice che partecipa attivamente al progetto della Via Francigena, abbiamo conoscenze in comune: Davide Comunale, Irene Marraffa e Salvatore Balsamo, chi conosce i cammini in Sicilia sa di chi parlo: promotori e ideatori di questo come di altri cammini insieme a tanta altra gente che, anche grazie alla passione che loro mettono, si è fatta coinvolgere.

Lasciamo l’agriturismo complimentandoci più volte con Giselle che ci augura buon cammino.

Altri tre km in salita, su sterrato e fuori dal mondo, arrivo a Cesarò come sempre per ultimo.

Alloggiamo alla periferia del paese in un albergo con annesso ristorante – pizzeria.

Poche ore dopo ci raggiunge Vincenzo che farà con noi le ultime tre tappe.

Ceniamo a base di maialino nero dei Nebrodi e poi si va a dormire tutti nella stessa stanza: due nel letto matrimoniale e due nel letto a castello. Per fortuna siamo in quota e la notte non fa troppo caldo.

XII tappa: Cesarò – Randazzo – 23 agosto 2020

Si parte con una leggera salita, si scollina Cesarò dopo la visita ai ruderi del castello e poi via in discesa.

Tappa non semplice sia per il caldo che per le salite, le discese e la distanza.

Si incontra di tutto in questa prima tappa in compagnia di Vincenzo, nostro nuovo compagno di viaggio, dalla famiglia di pony al cimitero inglese dei Nelson (padroni della contea di Bronte) a Maniace, nel cui santuario si trova il punto di arrivo di altra Via Francigena di Sicilia: la Fabaria, ancora in fase di completamento.

Ristoro al bar e poi si procede.

Anche oggi ho serie difficoltà per chi appena incrociamo una Statale a circa 4 km da Randazzo comunico ai miei compagni di viaggio che io mollo, chiederò un passaggio.

Dopo aver atteso invano sul ciglio della strada mi metto lentamente in cammino, dopo vari tentativi da autostoppista, si ferma un signore che mi offre un passaggio sulla sua auto, un operaio che tra l’altro ha fretta perché in ritardo per tornare al lavoro; mi lascia all’entrata di Randazzo.

La prima cosa che noto è il materiale usato per le costruzioni: la gran parte sono in pietra lavica, qui ai piedi dell’Etna è più che normale.

Contatto il frate che ci aspetta all’accoglienza – oggi dormiremo dai Salesiani – il quale mi indica la strada da fare.

Arrivo al convento ed il frate mi accompagna in una di quelle stanzone col tetto altissimo.

Decido di fare la doccia e iniziano i problemi e le incomprensioni: il telo per asciugarmi non lo trovo e chiamo il frate il quale arriva trafelato e mi trova, quasi fosse una grossa cortesia, i teli.

Faccio per entrare nella doccia e non trovo il bagnoschiuma, richiamo il frate il quale seccato mi dice che il telo e il bagnoschiuma dovevamo portarcelo noi (preciso che non si tratta proprio di accoglienza povera e/o a donativo visto che ci chiedono 20€ a testa, con la stessa cifra dai francescani abbiamo avuto la doccia con l’idromassaggio). Comunque il frate si lamenta un po’ e mi porta un boccione di bagnoschiuma ed una spugna sporca che mi dice di usare per lavarmi, io schifato la metto sul lavantino.

Faccio la doccia, lavo i panni e scendo ad aprire ai miei compagni di viaggio che nel frattempo, abbastanza stanchi sono arrivati.

Racconto l’accaduto e sulla spugna sono del mio stesso avviso: che cavolo ci facciamo!? Anche loro la lasciano sul lavantino in bagno.

Ci sistemiamo, ci riposiamo tutto il pomeriggio e poi decidiamo di andare alla ricerca di un posto dove cenare.

Troviamo una sorta di negozietto di generi alimentari con dei tavoli dove fanno ristorazione.

Nel menù troviamo “tagliere di salumi e formaggi”, ne prendiamo per quattro e poi chiediamo al cameriere di aggiungere anche dei primi e dei secondi; lì una piacevole sorpresa: il cameriere ci stoppa e ci invita a consumare prima il tagliere di salumi e poi casomai poi ordinare altro; accettiamo il consiglio, scopriamo subito che aveva ragione lui: l’abbondanza e la bontà dei prodotti è tale che ci saziamo.

Non dirò delle discussioni al tavolo anche perché me ne sono tenuto fuori ed insieme a Sergio abbiamo continuato a mangiare.

Alla fine in tre abbiamo preso anche un piatto di pasta. Non dimenticherò mai il nome di questo locale: il brillo parlante!

Sazi siamo tornati al convento, dormita come dei ghiri ed il giorno dopo si lascia Randazzo alla volta di Floresta, il comune più in alto in Sicilia: oltre 1200 m slm.

XIII tappa: Randazzo – Floresta – 24 agosto 2020

Ovviamente la tappa è tutta in salita ma è anche una delle più belle: immersi nel verde e nella natura.

Scopriamo anche la sorgente del fiume Alcantara, famoso perché nei territori di  Castiglione di Sicilia e Motta Camastra crea delle belle gole e cascate; parte tutto da un sorta di piscina creata anche a causa di alcuni muri in cemento armato.

Alla fine della ennesima lunga salita arriviamo a Floresta dove ad attenderci c’è Sebastiano, un signore che vive nel B&B.

Ci offre del buon vino casereccio e ci parla praticamente di tutto: da cenni sul paese, agli allevamenti di maialino nero dei Nebrodi allo stato brado, alla produzione casearia, ai ristoranti.

Fatta la doccia alcuni di noi sono andati a prendere dei buoni panini con salumi e formaggi, ancora una volta Sebastiano ci offre del vino. Ho assaggiato il vino, davvero buono, qualcuno di noi ne ha abusato fin quasi ad ubriacarsi.

Floresta è un posto surreale: ad agosto la nebbia di montagna ci ha avvolti per tutto il pomeriggio; dopo riposino si esce.

Passeggiata in questo borgo di 500 abitanti, ad un certo punto una leggera e piacevole pioggerellina ci ha colti praticamente dall’altro lato del centro abitato, che si percorre a piedi e lentamente in 15 minuti.

Cominciamo a cercare un locale per la cena ma troviamo tutto chiuso.

Vincenzo chiama un locale che però lo informa che si trovano fuori paese a circa 2 km; neanche il tempo di chiudere la telefonata per consultarsi con noi e mentre ci stava raccondanto che lungo il cammino di Santiago alcuni ristoranti andavano a prendere i pellegrini e lo richiamano dal locale informandolo che se volevamo il cameriere ci veniva a prendere al B&B e ci riaccompagnava dopo cena. Vincenzo non ha esitato più di tanto ad accettare l’offerta e dopo qualche minuto arriva un ragazzo in auto che ci porta al locale.

Menù scarno con poca scelta, in compenso il solito maialino nero dei Nebrodi è buonissimo sia che lo si mangi come ragù che come salame o bistecche.

Rientrati riaccompagnati dal cameriere, andiamo a dormire: l’ultima notte in cammino in un posto favoloso, non dormivo così bene in cammino dalla notte passata all’eremo di San Felice l’anno prima.

XIV tappa: Floresta – Montalbano Elicona – 25 agosto 2020

Sebastiano, personaggio che ricorderò sempre con affetto e stima, ci dà dei consigli per evitare un paio di inutili discese e salite assicurandoci che presto il percorso della Via Francigena in quel punto verrà variato perché non ha senso scendere a valle e poi risalire.

Sergio si informa sulle roccie di Argimuffo (posto che dovevamo vedere l’anno scorso durante una escursione proprio a Floresta quando invece siamo andati a vedere le fantastiche cascate Catafurco, 27 km sono stati tanti ma ne è valsa la pena) ma alla fine non le troviamo.

Dopo un piccolo tratto in salita affrontiamo una difficile discesa verso Moltalbano Elicona.

Km e km di strada fra pietre dove ad ogni passo si rischiava di cadere, attraversiamo un boschetto di nocciole, ne mangio in quantità industriale e alla fine intravediamo Moltalbano, in alto mentre noi scendevamo, la solita storia: arriviamo in basso per poi farci gli ultimi km in rapida salita.

Incontriamo dei viandanti coi cavalli.

Arriviamo al fiume Elicona. Dopo quella faticosa discesa ero preoccupato perché temevo di non riuscire a fare la salita ma con somma sorpresa la salita in mezzo al verde e con un comodo fondo stradale è stata infinitamente meno faticosa della discesa.

I miei compagni di viaggio procedono spediti, io decido di godermi da solo quest’ultima tappa.

Arrivo infatti a Montalbano Elicona e nei pressi del castello che già solo da fuori sembra immenso ma che non visiteremo per questioni di tempistica, incontro dei turisti che trovano curioso il mio andare ballando dicendo “ce l’ho fatta”, uno credo che mi abbia pure fotografato (certo non deve essere facile incontrare un viandante come me: nelle ultime tappe ho sostituito il cappello con la solita bandana rossa e ora so che non la lascerò mai più).

Raggiungo i miei compagni di viaggio in centro, pranziamo, Gero si offre per andare a chiedere il timbro sulle credenziali in chiesa ma torna sconfitto: il prete lo ha preso per matto.

Entro in comune ed un vigile urbano dopo avermi intimato di stare a distanza con la mascherina mi dice di rivolgermi all’ufficio turistico. Esco ma non trovo l’ufficio, incontro un altro vigile che mi dice che l’ufficio è chiuso ma gentilmente mi invita a seguirlo e mette lui il timbro su tutte le credenziali, alla presenza stupita del suo collega che ancora credo non abbia capito di cosa si trattasse.

Vincenzo aveva prenotato un transfer per riportarci a Cesarò dove aveva lasciato l’auto: il cammino è finito. Decidiamo di fare una piccola deviazione a Floresta dove compro dei salami di maialino nero dei Nebrodi e delle caciotte di provola tipica del posto.

Il tipo del transfer ci riporta all’auto, ci mettiamo in viaggio con Vincenzo alla guida e come sempre Sergio a fare da navigatore. Il rientro non è breve anche per via delle condizioni delle strada, credo che alla fine camminare per sentieri sia meglio che affrontare un viaggio in auto.

Arriviamo a Racalmuto dove troviamo ad attenderci Renato che è venuto a riprendere Sergio e Gero mentre Vincenzo rientrerà nella sua Campad Alessandraofranco.

Con Sergio e Gero ci ritroveremo a cena qualche tempo dopo da Renato.

Che dire?

Un viaggio faticoso ma che mi ha riportato all’origine di questa mia voglia di camminare: superare i miei limiti ma sempre con l’accortezza di non farmi male.

Le prime quattro tappe in solitaria non sono state un’esperienza tanto bella. I posti meritano ma io non ero nelle condizioni psicofisiche per goderne appieno.

Il cammino con Gero e Sergio mi ha fatto scoprire altri limiti e contestualmente il modo per superarli: condividere tutto con persone estranee alla mia cerchia familiare non è facile, ciascuno di noi ha un proprio modo di affrontare la vita.

Devo però riconoscere che i miei due compagni di viaggio mi hanno dato bellissime lezioni di vita anche quando vedevamo le cose da punti di vista differenti come il Cristo di Cesarò che per alcuni era alto meno di due metri mentre altri, correttamente, ne hanno sostenuto un’altezza superiore ai quattro metri. Invero supera i 5 metri di altezza, certo le cose a distanza sembrano più piccole.

Tanti km, tanta fatica, tanta bellezza, tanta condivisione, tante divergenze ma tantissimo rispetto reciproco.

Ho scoperto una Sicilia meravigliosa, anzi a dire il vero lo sapevo già, ne ho solo scoperto un’ulteriore parte.

Ed ho trovato – non me ne voglia Renato ma purtroppo non ha potuto fare con noi questa esperienza – anche due nuovi fratelli: Sergio, il capitano, una persona stupenda, unica, un maestro in tutto e Gero, uno caparbio (a dire il vero lo apprezzo anche per questo) e col quale litigherò ancora, lo so ma gli voglio bene e me ne vuole anche lui.

Dedico questo cammino alle tante persone che ho portato nella tasca superiore del mio zaino e nel mio cuore:

la mia famiglia, tutta che di suo è numerosa: mia mamma, i miei fratelli e sorelle Francesco, Salvatore, Eduardo (che non credeva avrei resistito più di quattro giorni in cammino, anche questa è una scommessa vinta), Antonella e Maria Letizia; le cognate Anna e Laura, i cognati Vincenzo e Francesco, la fila di nipoti: Giuseppe, Luca, le due Sara, Enrico, Elena, Giorgio, Emanuele e Gabriele. Naturalmente il mio papà, Giuseppe, che in qualsiasi posto si trova viaggia e viaggerà sempre accanto a me, un giorno ne rideremo insieme;

i miei ex compagni del liceo che ho ritrovato e che sono ormai dei familiari: Marilena, Alessandra, Angela, Rossella, Pamela, Tiziana S., Tiziana P., Alfonso e Fabrizio ma anche tutti gli altri coi quali non ci incontriamo spesso;

Vincent Rolant Simone, un gigante buono col quale ci siamo capiti solo tramite i passi e le poche parole che lui riusciva a pronunciare in un siculo – americano originale;

Avrei tante altre persone da ricordare ma a volte custodire i ricordi nel cuore li rende preziosi.

Il cammino è una strana creatura: ti prende il corpo, l'anima e la mente; la Sicilia, una terra unica che ti attraversa per giungere al tuo cuore e piazzarsi li con la sua voglia infinita di essere scoperta e riscoperta.

non vedo l’ora di ripartire …

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